




... Xmas ...



36...



…if I promised the world for you,
I could make it all come true.
With a whispered "yes" it's all I need.
I don't know about tomorrow.
I just know, I'll remember today...
and the way... you looked at me.
If my hands begin to bleed
will you stay and comfort me?"

Praticamente funziona così che quel detto dei parenti serpenti, c’è da offendere i serpenti.
PREMESSA:
Le madri son gelose dei figli maschi, i primi, i secondi, i maschi in generale… tutti insomma.
CONSEGUENZA DELLA PREMESSA:
Le nuore, fidanzate, morose, compagne, amiche dei figli maschi son tutte bottane e soprattutto stupide, a volte le une a volte le altre a seconda di come gira il fumo (non quello che credete…ehm…non quel fumo lì…insomma)
FATTO:
C’è che è il compleanno della fidanzata-compagna-incinta del fratello del primo figlio maschio di quella madre lì. C’è che fan su una festa da ‘diecine’ di invitati a cena. Cioè, che ci son tutti tranne il primo figlio maschio e morosa bottana-stupida: non li hanno invitati.
MOTIVAZIONE AL FATTO:
sconosciuta e/o non pervenuta
Va da se che ci si pensa su un po’… si argomentano ipotesi tra il primo figlio maschio e la sua morosa bottana-stupida sul perché di tali gesti…tanto che a lei le viene in mente che è da tanto che non va sul calcinculo.
EPILOGO:
Ci siam divertiti come matti sul calcinculo, che c’era la festa del paese. Cosa vuoi… siam bottane-stupide noi.
“… una bella rincorsa eh! Dai che prendi il codino morettina!”

...parto...

...che vi dico che vado in vacanza...
..."quando tu t'inchini, è insostenibile...
...disumana tentazione"...

Una storia come la mia non andrebbe mai raccontata, perché il mio mondo è tanto proibito quanto fragile, senza i suoi misteri non può sopravvivere. Di certo non ero nata per una vita da geisha, come molte cose nella mia vita, ci fui trasportata dalla corrente. Mia madre mi diceva che ero come l’acqua. L’acqua si scava la strada anche attraverso la pietra e quando è intrappolata, l’acqua si crea un nuovo varco.
Il cuore muore di morte lenta perdendo ogni speranza, come foglie, finchè un giorno non ce ne sono più, nessuna speranza, non rimane nulla.

Lei si dipinge il viso per nascondere il viso, i suoi occhi sono acqua profonda, non è per una geisha desiderare, non è per una geisha provare sentimenti, la geisha è un’artista del mondo che fluttua, danza, canta, vi intrattiene, tutto quello che volete. Il resto è ombra. Il resto è segreto. Non si può dire al sole “più sole!” o alla pioggia “meno piaggia!”. Per un uomo la geisha può essere solo una moglie a metà, siamo le mogli del crepuscolo. Eppure apprendere la gentilezza dopo tanta poca gentilezza, capire che una bambina, con più coraggio di quanto creda, trovi le sue preghiere esaudite, non può chiamarsi felicità?

Dopo tutto, queste non sono né memorie di un’imperatrice né memorie di una regina, sono memorie di un altro tipo.

Ho fatto un sogno. Uno dei tanti. Non posso ben dire chi e cosa, e poi non che abbia importanza qui, ma so dire come, che si che ha importanza. Che più del dove e del chi era il perché. Immagina una stanza, d’albergo, un rifugio montano forse, di sera, no, di notte. La stanza al piano di sopra, è scura, di legno scuro, il pavimento ruvido e polveroso, marrone come la terra, quel marrone di terra bagnata da un tempo necessario a che si asciughi appena, scuro, inenso, di velluto. Una stanza quadrata, anzi no, più lunga in effetti, due finestre, una sulla parete di sinistra, in fondo, non tanto, ci sta un letto dopo, grande, di legno anch’esso, ha dei sostegni per dei veli, la stoffa impalpabile si muove appena, il letto è rifatto, bianco, immacolato, sacro. Sulla parete di fronte alla soglia sulla quale lei resta immobile a guardare c’è la seconda finestra, affaccia sulla strada, c’è neve, il luogo è familiare. Una sagoma s’appoggia con la spalla allo stipite di quella finestra che chiude fuori l’inverno e la notte, la luce del lampione schiarisce l’interno, ma non arriva a lei. La sagoma dell’uomo in controluce. Lei si siede, alla sua sinistra c’è un divano, il legno è stato scolpito ed ingiustamente coperto da cuscini, lei sta seduta, soltanto, non può entrare di più. Lui parla, non la guarda mai. Lei vede solo il lato sinistro del volto di lui, è serio. E’ triste. Parlano, molto tempo. Quando lei si alza e se ne va, deve andarsene, ha timore, non sa, si sente fuori posto, si sente clandestina in quella stanza. Le resta la sensazione, di tristezza, come una specie di rassegnazione, anzi no, come ad aver voluto trovare giustificazione per questa rassegnazione, dovuta, cercata, imposta. Lui la segue, insiste su qualcosa che lei non ha ben chiaro. Quando esce in strada ci sono delle donne, parlano, bisbigliano di fatti che loro si che li sanno e lei non sa, di nuovo, che fare. Sente l’asfalto della strada sulle ginocchia. Non è più in piedi, non è più nemmeno seduta. La sensazione, solo quella tristezza resta.
Non so perché, ma questa è la musica per quel sogno. Questa qui.
…“you were intense you were uncomfortable in your own skin,
you were thirsty but mostly you were beautiful”…

Allora. Son tornata. Abbronzata. E con un po’ di mare dentro. Ah…ho portato anche un po’ di fiori, vediamo se attaccano. Per dire. Anche una mezza Tarte Tropezienne avec Framboises di traverso tra il gluteo e la coscia. Per dire.
Invece per non dire, questo pomeriggio sa di strano, sa di sole e di sabbia, tra i denti, quando il vento soffia da est, sa di vicoli stretti e di bettole losche, sa di mani con unghie laccate di smalto rosso scuro e rotto, dita nodose che stringono sigarette bianchissime e tozze. Sa di capelli, profumati di mare, increspati di sale, schiariti dal sole e baciati da te. Ecco. Non lo dico.

... à la Côte d'Azur...
Ciao!

E’ così che sono. Lunghe notti di scuri pensieri si susseguono, come file d’alberi allineati che passano nel finestrino d’un treno in corsa verso il domani, che non arriva se non in stazioni di vita sbiadite e scrostate zeppe di cicche schiacciate a terra, su pavimenti d’anima piastrellati da migliaia d’anni percorsi senza tregua. Rubiconde lacrime sfrontate bagnano volitive il tessuto candido macchiato di trucco, lo stesso trucco che qualcuno ha lasciato. Immondo trucco d’anima. Mezz’uomini. La vedo ancora la sua faccia allo specchio, le mani appena lavate dall'odore, piccoli occhi che controllano le rughe intorno, colpi di dita che sistemano pochi capelli appena. Dove sono? Stamattina le maniere galanti di uno sconosiuto che probabilmente amava avere il doppio dei miei anni connotandoli con una dignità pura, senza affettazioni, hanno reso ancora più esigente la domanda che spesso tormenta la mia mente. Dove sono? Quelli che si usa definire come “veri”, dove sono? Non parlo di forma e forse nemmeno di sostanza, se con questa includessimo una certa cospicua fortuna se non posizione sociale. Nemmeno sostanza, se ci riferissimo a quel non so che che fa sentire le donne “al sicuro”, no! Nemmeno questo. In effetti né forma, né sostanza. Forse, e dico forse, posso ridurre tutto ad un unico, piccolo, semplice particolare. Forse per “veri” si intende, per l’appunto VERI. Solo quello. Non ho cercato l’esatta definizione di vero, ma credo abbia qualcosa a che fare con il fatto d’esistere e di corrispondere a realtà, qualcosa a che fare con giusto o giustizia. Eccoci qui, tutte sedute in fila, annoiate come in una Milonga sbiadita e scrostata, esattamente come sopra, come in quelle stazioni dove ci siamo fermate ed abbiamo creduto di poter stare. In attesa di una cosa Vera…anche fosse solo un ballo…

Premessa.
Io non sono una da gioielli, mai stata. Porto due anelli da ...dunque...rapido calcolo... diciamo 15 anni. Sempre quelli. D'argento, mica robe che chissà oh che favola.
Fatto.
Son lì tranquilla che leggo il mio giornale preferito girando le pagine incerca di niente e così a tradimento...zac! Resto lì come un tronco d'acero con gli occhi spalancati e la saliva che, per l'appunto, sale.
Ditemi Voi.

Ora. Vedete quella piccola scritta a matita sotto...ecco...quello lì è il gruzzolo che ci vuole per poter possedere ... questa meraviglia. Siccome non ne dispongo, se mi consentite, lancerei una OPA. Cioè, per chiarire, quella in vendita sono io. Il mio valore è l'anello. PresentateVi con quello... tutto qui. Non datemi della venale, in realtà è un affare, lavo, stiro e cucino.
Attendo il mio compratore...intanto...

... Karen Blixen...

... che fa caldo...
...è quasi estate...
...vogliamo andare al mare...
...ma...
...lo devo "propio-propio" mettere qui...
eh sì!

5 semi
6 mesi di amorevole cura con acqua fresca ogni mattina
nemmeno... un germoglio...
ma un giorno, una piccola fogliolina...
ora è passato un anno...
...un Glicine
Buona Pasqua a tutti Voi...

Che io al lavoro ci verrei anche volentieri, dico. Mica solo per lo stipendio, cioè principalmente si, ma mica solo per quello. Che poi qui si starebbe anche bene ma proprio bene, in questo posto dove lavoro, che si può venirci con i jeans e la felpa, che ci sono delle belle finestre grandi e fuori si vedono gli alberi, che la signora di sotto non cucina nemmeno tanto male e la bresaola è davvero buona. Che siamo tutte più o meno della stessa età, tranne una, che si fanno dei bei caffè del pomeriggio con le riviste di moda e i boss che pretendono ma non ci sono mai a reclamare. Quello che volevo dire è che quella lì del tranne una però sta di fianco a me di scrivania. Beh, questa qui c’ha un bel po’ più di anni di noi ed è convinta che non si noti, c’ha i capelli lunghi che una volta eran biondi e ora che son bianchi li tinge con le tinte naturali che è convinta che non si vede che non son più biondi ma bianchi e invece si vede eccome. Poi non ci vede, però non usa gli occhiali a camminare per la strada perché dice che non le servono però arriva tutti i giorni in ritardo di mezz’ora tanto che le han cambiato l’orario per non doverla riprendere più e arriva tardi perché cammina piano che non ci vede bene dove mette i piedi e quando legge i documenti al lavoro oltre agli occhiali usa una lente di ingrandimento, però dice che non le serve in effetti. Questa tranne una quando arriva in ritardo di mezz’ora la mattina poi va subito in bagno e ci sta ancora venti minuti cronometrati perché si pettina i capelli lunghi finto-biondo-bianchi e si ritocca il trucco che a furia di strizzare gli cchi per vederci mentre cammina s’è un po’ sciolto e va ritoccato ma non vedendosi bene allo specchio ci mette un venti minuti cronomentrati. Quando parla al telefono la mia collega che le passa le telefonate s’è preoccupata diverse volte che pare che tranne una stia svenendo e invece no, però sembra di si perché è sempre tantissimo occupartissima e non vuole mai rispondere. Poi lei quando noi facciamo le traduzioni di nascosto le rilegge che una volta mi sono accorta e le ho detto perché le rileggi e lei ha detto che noi non le sappiamo fare bene e lei le controlla con gli occhiali e con la lente di ingrandimento mica che ci siano errori, capisci che ti girano un po’ le scatole per sto fatto. Tranne una quando mangia ha i capelli sulla faccia e per non farseli andare in bocca li tiene indietro con la mano, che poi però vanno spazzolati come la mattina quando arriva nei venti minuti di bagno, perché la mano capita che sia magari unta e quando apre la bocca la storta tutta che si vede quello che sta mangiando perché sennò il rossetto si sbava. Però siccome un po’ si sbava lo stesso e i capelli vanno spazzolati, dopo il pranzo ci sono ancora una ventina di minuti cronometrati di bagno. Certi giorni che piove tranne una sa di quell’odore che hanno i cani quando gli si bagna il pelo che nessuna di noi riesce nemmeno ad avvicinarsi, capisci che io che abito vicino a lei di scrivania ho un super allenameno all’apnea e una resistenza fantastica alle finestre aperte in pieno inverno oltre ad uno scatto notevole nell’aprire e chiudere, le finestre, quando lei s’allontana. Tranne una ha l’assoluta convinzione che ogni tanto dice, che senza di lei noi si chiuderebbe la baracca, che quando è in vacanza noi non solo abbiamo una perenne aria di primavera anche se in diversa stagione, ma non si sa come mai abbiamo anche una velocità di risoluzione dei problemi notevolmente più alta, valli a capire certi fatti. Tranne una non beve l’acqua del “goccione” che abbiamo qui in ufficio dice che le fa male alla pancia e mentre mangia le melanzane fritte, la polenta con lo zola o i wurstel con i crauti beve un’acqua diversa, che dice quella non le fa male. Che io al lavoro ci verrei anche volentieri, dico. E certe volte, come adesso che sono i venti minuti di bagmo cronometrati di tranne una, si sta così bene, che dalla finestra aperta entra la primavera, ma soprattutto, esce il resto. Quand’è che si va inpensione in Italia?
**nota sulla musica:
l’ho scelta perché mentre scrivevo non so perché passava questa canzone, poi perché mi sono immaginata tranne una a cavello d’un cammello**

Non te lo spieghi adesso e non ci riuscirai mai. Non te l’ha mai spiegato nessuno, il perché. Il perché certe maniere tu le devi ma a te non lo sono, dovute. Il perché certe accortezze tu le abbia naturalmente, ma nessuno le mai avute con te. Il perché se saluti, ti guardano come a dire Perché? Il perché se ti viene chiesto un perché, anche se stupido e banale e che serva solo a tranquillizzare, tu sorridi e lo dai ma nessuno lo fa con te. Non te lo spieghi questo continuo oscillare, tra le ombre di verità nascoste. Nascoste a te, solo a te. Non capisci e non capirai mai, sei fatta così. Sei fatta male, ma tu al buio proprio non ci vedi, non ci riesci. Tu, anche quando dormi, hai una luce, una luce solo tua, quasi invisibile a passare dalla strada, ma non impossibile da vedere. Basta solo volerlo. Forse è questo, è il volerlo che non trova dimora, nello spiegare i perché. Resta ancora una domanda senza risposta. Fino a quando?

Desde el alma
Vals
1947
Alma, si tanto te han herido,
¿por qué te niegas al olvido?
¿Por qué prefieres
llorar lo que has perdido,
buscar lo que has querido,
llamar lo que murió?
Vives inútilmente triste
y sé que nunca mereciste
pagar con penas
la culpa de ser buena,
tan buena como fuiste
por amor…

Ieri sera si diceva, di una senszione, di una cosa quasi magica che ti succede senza preavviso, senza spiegazioni logiche e sanza lasciarti scampo. Di una percezione lattiginosa, quasi chimica. Che ti sconvolge la vita, le da un senso. Eh sì, glielo da eccome. Un soffio sublime sulla pelle, in una sera calda. Però poi… non torna più.
...Because it brings me back you
Lilac wine...

L’aria afosa, le zanzare stanno intorno ai corpi, il via vai delle macchine a destra dello svincolo. Lei sta in macchina seduta di fianco a te con le mani sulla borsa. Lui scende, dopo un minuto più o meno, in mezzo alle zanzare di quella sera umida, allarga le braccia e le labbra, viene verso di te, veloce e leggero, quasi esile. In un attimo, senza nemmeno sapere come è successo, sei tra quelle braccia. Non senti esattamente qualcosa di definito, sei più leggera anche tu. Ti chiedi ora se lui ha notato che i tuoi capelli coprivano le sue mani. Se li ha sentiti, sopra le sue mani. Tu invece sei sotto le sue mani. Sotto l’assedio dolce di quel tocco rispettoso e timido di novità. Poi le parole, poche intorno alle zanzare. Una corsa verso l’acqua, con intorno tutta quell’acqua, tra le mani, tra le parole, tra gli sguardi. Un ponte. Una frase pesante come il piombo, pesante come un desiderio. Poi “te ne vai?”. Difficile, non lo faccio quasi mai ma lui non lo sa, ancora. Hai uno strano ricordo delle tue mani tra i suoi capelli. Ma di fatto non sai mica se è successo davvero. Sarà che quella sera, è una sera in cui fa caldo.

Funziona così. Tu l’ascolti e ti si muove dentro tutto un universo che non hai minimamente idea di come facesse a starci prima, ma ci stava, era lì. Già, era lì, come quel giorno in quel cappotto strano, era lì, allargava le narici ed era lì. Anche lui era lì, come quando è uscita la sua faccia in basso a destra, non ti scriveva ma era lì. Stanno tutti quanti in quel posto che non è che ha un nome, ma sai benissimo dov’è. Poi ti si muove il piede, sotto, mentre scrivi, che odio le scarpe! Guardi le dita sui tasti e ridi, ma poco, perché le scarpe tu non le hai mai davvero sopportate. Canti, chi è quello che ti dice una frase così? Non esiste. O si? Beh, le scarpe ci sono…

... a tutti Voi...
...e mi raccomando, ballate!!!

...a scriverci sopra...

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...to Me...
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